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By Franco Cardini

Il guerriero a cavallo, con il suo prestigio anche simbolico, ci perviene dal profondo della preistoria, in termini tanto di valori quanto di pratiche di vita e di combattimento. Dagli sciamani centroasiatici ai guerrieri barbari, dagli dèi nordici ai martiri cristiani, senza dimenticare l'evoluzione dell'allevamento, l'affinarsi delle tecniche metallurgiche, lo sviluppo dell'arte della guerra e le relative "visioni del mondo": se i più lontani presupposti del cavaliere medievale sono rintracciabili nella cultura dei nomadi delle steppe che in line with primi addomesticarono i cavalli, l. a. sacralità e los angeles superiore air of mystery che lo circondano persistono ancora oggi nell'immaginario occidentale. Tra storia ed epica, il racconto di un mito millenario e dei suoi perduranti riflessi. Introduzione di Alessandro Barbero. Prefazione di Jean Flori.

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Ma chi è arrivato fin qui e sta per leggere il libro deve sapere che sarà trascinato, a dorso d’un cavallo non ancora ben domato e di carattere assai irrequieto, in una galoppata attraverso molti dei problemi cruciali della storia tardoantica e medievale, e che vedendoli da quella prospettiva li troverà più insoliti ed eccitanti di quanto forse non si aspetti. L’elenco degli argomenti che Cardini ha saputo connettere nella sua cavalcata è sterminato, e su ognuno l’analisi è approfondita, la bibliografia puntuale, l’interpretazione significativa.

Oggi non si nega più che la metallurgia germanica, erede per un verso delle tecniche galliche per l’altro di quelle dei popoli della steppa, e anzi tramite fra i due mondi tecnici (ma le fasi di questo continuo scambio ci sfuggono), fosse migliore e più avanzata di quella dei Romani. Vegezio rilevava senza riserve che le armi barbariche erano migliori di quelle romane[4]. Il ruolo giocato in ciò dai centri minerari e metallurgici del Danubio, più tardi spostatisi in area renana, è noto. In particolare ha attirato l’attenzione degli specialisti la tecnica della cosiddetta «damascatura», operata con un paziente lavoro di sovrapposizione di strati di ferro e strati di «acciaio» (cioè in realtà di ferro più carburato), poi lavorati a torsione e rinforzati con dei tagli di metallo più carburato ancora, e quindi più duro, saldati all’anima della lama, e sagomati a incastro per giunta, al fine di essere più solidali con essa.

D’altra parte si può dire sia stato, ancora, Duby a riproporre la questione delle origini, anzi a proporre quella della «preistoria» della cavalleria medievale, o quanto meno a indicare l’importanza in quel senso e in quella direzione di uno studio non solo più sic et simpliciter storico, bensì anche archeologico da un lato, antropologico dall’altro. Come egli dice e come abbiamo sopra ricordato, il successo ottenuto a partire dalla fine del X secolo in Francia, e di lì affermatosi altrove, della parola miles nel senso di guerriero tout court ma al tempo stesso di guerriero a cavallo (quasi solo chi utilizzasse il cavallo potesse ormai esser definito un guerriero) è da valutarsi come la risultante di tre fatti complementari: uno tecnico, la superiorità del cavaliere nel combattimento; uno sociale, il legame tra il genere di vita stimato nobile e l’uso del cavallo; uno istituzionale, la limitazione del servizio militare a una cerchia ristretta.

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